L’ORGANIZZAZIONE, QUESTA PAROLA MAGICA E MISTERIOSA – S.R.Lascano

Estratto da “2010: de la crisis de dominio a la organización independiente” di  Sergio Rodriguez Lascano (direttore di Rebeldia). Testo tradotto da Resistenza Antisistema

Nel numero precedente della rivista abbiamo pubblicato una serie di interviste realizzate da Radio Insurgente a compagn@ zapatisti basi di appoggio. I compagni hanno fatto tre domande: come vivevano prima? come vivenano dopo che e’ arrivata l’organizzazione? e come vivono ora?  La costante nelle risposte dei compagn@ si trova nell’importanza dell’organizzazione. Ciò che ha consentito l’insurrezione, ciò che ha permesso il recupero dei terreni, facendo ripartire le produzioni con un’altra visione produttiva ed ecologica, ciò che ha permesso la formazione di comuni ribelli e poi autonomi, ciò che ha consentito l’emergere di Aguascalientes e poi dei Caracoles, ciò che ha permesso la formazione delle Giunte del Buon Governo, ciò che ha permesso l’autonomia che ora si gode, ciò che ha consentito la costruzione di nuove relazioni sociali, ciò che l’ha permesso…e’ l’organizzazione. Ma non un’organizzazione qualsiasi, una in particolare che aveva chiari, dal mio punto di vista, i seguenti punti:

a) Un’organizzazione che non era fatta solo per cercare di rappresentare gli interessi corporativi dei popoli indigeni e dei contadini. Non si trattava di costruire un’organizzazione corporativa che si collocasse come quella che lotta per il controllo dei prezzi, migliori materiali e fertilizzanti. era un altro tipo di organizzazione, che leggeva il significato profondo delle riforme del 27 Costituzionale, preparato da Carlos Salinas e supportato da quasi tutti i dirigenti, non solo dal vecchio movimento contadino ma anche dal nuovo, e che non erano altro che una dichiarazione di guerra contro l’ejido(un sistema di concessioni della terra alle comunità locali che la gestiscono collettivamente a beneficio di tutta la popolazione) e contro la proprietà’ collettiva della terra.  Una dichiarazione di guerra che significava la fine della terra redistribuita e delle politiche di welfare del campo. Le organizzazioni produttiviste, da quel momento, avrebbero avuto come pavimento e tetto il rapporto con lo Stato, e, per mantenerlo, averebbero dovuto calpestare i contadini e i popoli indigeni, senza terra e senza riconoscimento della validità’ dei propri titoli fondiari. Per questo magicamente scomparse la richiesta di redistribuzione della terra e tutte le organizzazioni contadine si accalcarono alle porte del palazzo legislativo per chiedere maggiori fondi affinché fossero distribuiti alle loro organizzazioni, il che non significava niente per l’agricoltore di base che non vedeva mai nulla della loro pomposa organizzazione produttiva. L’EZLN ha invitato i popoli indigeni a lottare per un’altra cosa, non per la loro produzione.

b) L’EZLN fu creata con la chiarezza di dover lottare per la liberazione nazionale, quindi, non un esercito di liberazione dei popoli indios, ne’ un esercito per liberare il Chiapas. La liberazione nazionale divento’, cosi, un ossessione non dei quadri militari dello zapatismo, ma di tutte le basi di appoggio. Loro si sono sollevati in armi per la liberazione nazionale, poi, e’ successo quello che e’ successo. La sollevazione della società’ civile ha fatto si che, come dicono i compagn@, la moneta cadesse di lato e allora fu indispensabile discutere in un tempo record su come riadattarsi alla nuova situazione.
Però Nonostante tutte le fasi che sono state superate, nonostante tutto ciò che e’ stato raggiunto e che potrebbe essere visto come sufficiente, soprattutto se si discute com’era il passato, nonostante tutto questo, il concetto di liberazione nazionale non e’ stato eliminato dalla coscienza delle comunità zapatiste.

c) Si e’ costruito un tipo di organizzazione completamente diversa da quelle che esistevano. La decisione sul cosa fare, soprattutto nei punti essenziali, non era nelle mani di un piccolo gruppo di quadri militari, ma nel complesso dei popoli. A partire dalla decisione stessa dell’insurrezione, loro sono quelli che hanno preso la il controllo dei loro destini. Non c’era un gruppo d’avanguardia che trasmetteva la consapevolezza da fuori. La consapevolezza fu acquisita, come si acquisisce sempre durante i grandi momenti storici, attraverso una costruzione propria, mediante l’auto-generazione. I popoli indigeni zapatisti acquisirono questa consapevolezza sulla base della propria esperienza. La propria esperienza fu la ragione che consentì l’auto-generazione, ma accanto c’era un gruppo di rivoluzionari che ebbero il coraggio di ammettere che questa era percorribile e allora si convertirono nella loro forza trainante.

d) Un’organizzazione che e’ stata formata sulla base della fiducia nelle proprie forze e nelle forze del popolo messicano, e in particolare, dei popoli indigeni. Che non delega allo stato o al governo il suo potere di decisione. Che rivendica per se’ il diritto di essere soggetto della propria storia. Che non rimpiange un vecchio Stato populista e fa della lotta contro lo Stato neoliberista la sua principale linea d’azione. Un’organizzazione indipendente e autonoma da qualsiasi Stato, da qualsiasi partito politico, da qualsiasi potere. Che fa della sua indipendenza e autonomia, il suo migliore biglietto da visita.

e) Un’organizzazione che non concepisce l’autonomia come una parola, ma come una pratica che si costruisce e si rafforza ogni giorno. Ricordo, tuttavia, quante persone si opposero alla decisione degli zapatisti di non ricevere soldi dallo stato, si pensava fosse impossibile la sopravvivenza. Oggi, senza che ci sia autocritica, nessuno mette più in discussione che le possibilità per le comunità zapatiste di badare a se stesse sono chiare. Ma l’antecedente fondamentale, la decisione difficile, ma presa da tutti, fu che era essenziale rompere con la logica del dominio dello stato e costruire la propria autonomia. Questo e’ il fatto storico fondamentale e che non si ripete in nessuna parte del mondo. E non fu il risultato di un’intelligenza privilegiata, ma della decisione, a costo di molti sacrifici, che i popoli Zapatisti, essi stessi, hanno preso. E ciò si può spiegare solo partendo dall’organizzazione che hanno formato e costruito.

f) L’organizzazione ha anche raggiunto il successo per il fatto di aver capito che da un lato c’è’ l’esercito ribelle, da un altro lato i miliziani e da un altro ancora le basi di appoggio e le comunità. La responsabilità dei quadri militari nello sforzo sovrumano di non mettere a rischio le comunità durante il conflitto e’ stato davvero encomiabile. Al contempo, la capacità delle comunità a sua volta di non dare le spalle al suo esercito, anche nelle peggiori condizioni, è stata altrettanto lodevole. Quella relazione speciale tra l’esercito e le comunità si ritrova nelle forme di governo, in chi gestisce la comunità, in come vengono prese le decisioni, e così via.

g) In questa organizzazione non e’ esistita e non esiste una differenza tra il sociale e politico. L’idea che la politica e’ uno spazio riservato ai partiti politici e il sociale alle organizzazioni sociali e’ saltato in mille pezzi in questa organizzazione. Il politico e il sociale si guardano in faccia e scoprono che, in quanto organizzazione dal basso e ribelle, non si può accettare una politica mercificata che appartiene solo ad un’avanguardia o una mercificazione del sociale che appartiene a una casta di manager e dirigenti delle organizzazioni sociali. La fusione tra il sociale ed il politico consente la riappropriazione di qualcosa che mai la società avrebbe dovuto cedere: vuol dire rompere con lo Stato politico e a poco a poco accedere allo Stato Comunitario del quale parlava Karl Marx nei suoi scritti giovanili.

CONCLUSIONE

Quello che cerchiamo di costruire e’ un confronto tra la politica da terra bruciata dello Stato penale del controllo e la costruzione di un’organizzazione di una parte della società messicana, che ci spinge a dire si si può.  La devastazione sarà affrontata con successo solamente con l’organizzazione. Non necessariamente a immagine e somiglianza di quella zapatista, ma, forse, con quelle questioni metodologiche che abbiamo delineato. In questo senso, questa e’ la base da cui possono essere costruite organizzazioni simili a quella che si mise in piedi nella Selva Lacandona. Non sarà facile, ma, sicuramente, di fronte alla terribile politica che viene dall’alto, e’ la condizione minima necessaria per affrontare questa calamità. E questo non si avvera scoprendo adesso che la cosa migliore è registrarsi come Associazione politica nazionale, ma rompendo con la IFE e con il complesso delle istituzioni del potere del Capitale.

Si tratta di costruire un’alternativa ineditamente sovversiva che rompa con le forme tradizionali di protesta sociale, che sfidi la punizione e il castigo. Che rompa con la paralisi dovuta al timore ed alla paura. Che liberi l’energia sociale, elemento base per costruire altre relazioni sociali. Che abbandoni questo equilibrio instabile della crisi del comando e la mancanza di un’alternativa dal basso. L’alternativa dal basso già e’ nata, ha già una base di supporto, già esiste da dove cominciare. Le Giunte del Buon Governo e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno annunciato il nuovo, l’inedito, la rottura e la costruzione dalle proprie ceneri di un mondo in cui le persone abbiano nelle proprie mani il controllo dei loro destini. Se il 2010 sarà ricordato come l’anno della crisi del dominio, il 2011 dovrà essere quello della costruzione dell’organizzazione in tutto il paese.
La razionalità apparente del sistema capitalistico e’ caduto in una pura irrazionalità. La sfida e’ importante: creare zone o tendenze anti-capitaliste come meccanismi iniziali di organizzazione e’, oggi, il compito fondamentale per liberarci da questo terribile giogo.

Sergio Rodriguez Lascano

 


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