La guerra per l’egemonia

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Il capitalismo è un sistema instabile che ciclicamente entra in crisi.
I suoi schemi, vincolanti per qualsiasi attore interno, gli conferiscono un andamento ciclico fatto di espansione, contrazione economica, crisi e guerra tra le maggiori potenze economico-militari.
La struttura interstatale di questo sistema prevede uno “scambio ineguale” basato su una divisione del lavoro fra paesi centrali, caratterizzati da produzioni a massimo valore aggiunto (ricerca, alta tecologia, speculazione), e periferici, cioè stati economicamente meno evoluti dove si provvede alle produzioni agricole ed industriali a basso costo di manodopera.
Questa struttura è in perenne mutamento e va riorganizzata ogni volta che il capitalismo entra nella fase finale di una sua crisi sistemica di accumulazione.

Le principali economie possono arretrare allo status di “semi periferia”, così come i paesi “periferici” salire di livello, in una perenne e distruttiva competizione per il “benessere” che vede contrapposti tutti i paesi del mondo. Gli Stati Uniti d’America, con il loro potere economico e soprattutto militare, non sono altro che l’ultimo esempio di come, in seguito alla vittoria in una guerra mondiale, uno stato possa assurgere al ruolo di “egemone” e dettare così le regole mondiali degli scambi.
Solo dopo la nascita di questa gerarchizzazione tra stati, che garantisce uno spostamento di ricchezza verso le nazioni dominanti e la creazione per le loro maggiori imprese di semi-monopoli internazionali, il capitalismo è in grado di entrare in una fase espansiva.  Quando invece la concorrenza internazionale aumenta, erodendo così i semi-monopoli, il ciclo egemonico volge al termine ed il capitalismo nel suo insieme, inteso come sistema politico, economico, e sociale, entra in crisi.

Con il crack finanziario del 2008 possiamo definitivamente ritenere conclusa l’esperienza egemonica statunitense sul sistema mondiale e, parallelamente, iniziata una vera e propria guerra per la sua successione.
Oggi questa guerra viene ancora combattuta a suon di bombe finanziarie e svalutazioni monetarie ma i primi nodi militari, sopratutto rispetto all’accesso alle materie prime, stanno già venendo al pettine come nel caso dell’Iran e della Siria.
In queste condizioni, se vogliamo un mondo di pace, l’unica possibilità è superare il capitalismo.

Il nostro grafico mostra il Prodotto Interno Lordo (in miliardi di dollari) dei maggiori blocchi pretendenti allo scettro del dominio mondiale e le loro rispettive variazioni percentuali dal 2008 al 2011. Nonostante il PIL non rappresenti la reale condizione di uno stato, sopratutto di quello statunitense che, prendendo ancora in considerazione i valori sovrastimati della propria morente finanza, andrebbe di sicuro ridimensionato, lo abbiamo ritenuto comunque un esempio valido della situazione competitiva attuale.
Gli Stati Uniti d’Europa, se riusciranno, come sembra, a concludere la propria integrazione, saranno la prima potenza mondiale seguiti dagli USA. Questo fa capire bene sia il perché degli attacchi all’euro e i tentativi destabilizzanti portati avanti dall’asse anglo americano, sia perché nel resto del mondo gli SUE vengano visti come una possibile minaccia. Impressionante è invece il recupero della Cina che in 4 anni ha aumentato il suo PIL del 44,29%. Staccati ma sempre in recupero anche gli Stati Uniti d’America del Sud (il cui ruolo nella competizione, come agenti della pace o partecipanti attivi,  dipenderà da quale anima predominerà al suo interno) e la Comunità degli Stati Indipendenti, ovviamente con le incognite dovute alle rispettive integrazioni, ma comunque sicuri protagonisti dello scontro interstatale.

Fonti del grafico: Sole24ore, FMI, Banca Mondiale


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