Subcomandante Marcos intervistato (1999)

A 15 anni dalla nascita dell’EZLN Ricardo Rocha intervista il Subcomandante Marcos.

I temi trattati sono le prime fasi della costruzione dell’ezln, il meccanismo decisionale diviso tra comando politico e militare, il problema dello scontro culturale tra la vecchia organizzazione politico militare e le comunità indigene.

(Per i sottotitoli in italiano spingere cc in basso al player)

R.R.: Senza dubbio ci può essere una logica dell’insurrezione e dell’insurrezione armata, perché voi siete insorti con le armi?

S.M.: Si pero noi abbiamo esposto chiaramente perché siamo insorti con le armi dalla prima dichiarazione della Selva Lacandona. Noi lo abbiamo messo in chiaro e cosi comincia la prima dichiarazione: siamo il prodotto di 500 anni di sfruttamento. Questo paese ha deciso un progetto futuro, un modello economico, sociale, politico e neoliberale che necessita di sacrificare 10 milioni di messicani: la popolazione indigena. Questi 10 milioni di messicani non avevano altre possibilità per farsi ascoltare, non avevano altre opzioni per mostrarsi che occultandosi la faccia. Da quando hanno nascosto i propri volti questo paese ed i suoi governanti, ed anche i mezzi di comunicazione, ricominciarono a vederli e videro gli indigeni in un altro modo, non come uno spot turistico o come un prodotto d’artigianato o nel peggiore dei casi come un passato vergognoso.

R.R.: Lei ha detto che hanno visto gli indigeni pero hanno visto anche lei chi è Marcos? Perché è qui? Perché un meticcio un bianco dirige un movimento indigeno?

S.M.:  Ora sono mezzo pallido pero mi piace il sole.  La versione ufficiale o la reale? la reale è che mi sono perso io viaggiavo molto e cosi sono finito nella Selva Lacandona e mi sono perso come mai prima. Li c’è Tacho che non vuole uscire nel programma perché sa che nel programma passato ha già pagato il suo delitto ed ora tocca a me. Quello che è successo è ciò che abbiamo spiegato. Noi durante la nostra gioventù… ad ogni modo il tempo passa, che vogliamo fare! Avevamo un progetto politico. Uno sempre se ha un livello minimo di onestà pensa che le cose possano andare meglio e che qualcosa deve fare per essere migliore. Noi siamo arrivati con un progetto, un’idea: cambieremo il mondo e lo cambieremo per mezzo delle armi; ed è un assurdo che si possa imporre un’idea con l’argomento delle armi e abbiamo fatto il nostro primo combattimento e lo abbiamo perso, fortunatamente, lo abbiamo perso il nostro primo combattimento. Fu con la concezione degli indigeni.

R.R.: Perché? Spiegamelo che non lo capisco.

S.M.: E’ che noi siamo arrivati con proposte politiche quadrate da fuori, vuol dire che il problema del politico professionista è che non capisce l’altro, il differente. In questo caso le comunità indigene hanno un altro modo di fare politica e un’altra maniera per vedere la propria vita, la propria vita politica e ciò con cui ha a che fare. Sicché proposte organizzative rigide non tardarono ad andare in conflitto con proposte più aperte. La vita in comunità è molto aperta, molto vicina, non dico che sia buona o che sia meglio della vita urbana, pero le unioni sono molte, tutto si sa, tutto si racconta allora devi essere più sincero. In una certa maniera questo genera una forma di fare politica che si scontra con i progetti di un’organizzazione politico-militare come eravamo noi.

R.R.: Quanto tempo durò questo apprendimento? Quanto tempo è durata la gestazione dell’EZLN? Quali le più importanti difficoltà?

S.M.: Il problema principale fu lo scontro culturale. Noi siamo arrivati con concezioni urbane occidentali, come dicono ora, e ci siamo dovuti confrontare con il problema del linguaggio. La lingua e il problema della cultura. Il nostro primo intento fu quello di provare a tradurre questa concezione politica che avevamo del mondo. Noi diciamo una concezione molto quadrata, provare a tradurla nel mondo indigeno e quello che è successo fu che non siamo riusciti a tradurla perché quando i compagni indigeni ricevevano questa la trasformavano, la rendevano un cerchio e la completavano in aspetti che noi non potevamo immaginare; da li l’EZLN non nasce propriamente 15 anni fa il 17 di novembre o quando arrivarono i primi compagni, l’EZLN nasce come tale quando le comunità l’afferrano e lo modellano com’è ora.

R.R.: Pero quanto è indigena l’EZLN se lei continua ad essere il leader di questo movimento? Chi lo comanda veramente?

S.M.: In termini politici lo comandano i capi delle comunità indigene, quello che è il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, e dal punto di vista militare lo guida un comando militare in questo caso il comando militare è Marcos. Nel caso del comando politico organizzativo è il Comitato. Che vuol dire questo? Che Marcos non può prendere iniziative o decisioni da solo, ne dire al Comitato che deve fare, ma è il Comitato che deve tracciare la rotta. Questo Comitato è agganciato è fissato alle comunità, non può prendere, perché sono eletti democraticamente, non possono prendere decisioni contro le comunità sovradeterminandoli negli accordi perchè la comunità li revocherebbe li leverebbe. Questo fa si che il processo di presa di decisioni nell’EZLN sia molto lento, pero molto solido. Quando l’EZLN lancia un’iniziativa è perché già ha il sostegno della sua gente e può scommetterci su questo per quanto è sicuro.


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