A che servirebbe il reddito se avessimo tutt* un lavoro?

Nascosta tra le pagine di “Nascita della biopolitica”, trascrizione del corso di Michel Foucault al Collège de France nel 1978-79 sulla storia del pensiero liberale, si trova forse la miglior analisi sulla proposta di un sussidio monetario per chi non raggiunge una soglia minima di reddito. Il suo studio sull’imposta negativa, a dibattito nei primi anni 70 tra i teorici neo-liberali, offre, infatti, vari spunti di riflessione critici ancora del tutto validi anche per i suoi discendenti attuali come il reddito minimo garantito ed il reddito di cittadinanza.

Siamo alla fine dell’età dell’oro del XX secolo, i magnifici 45-70, in cui il modello produttivo dominante era stato il keynesismo. Gli stati avevano guidato le economie nazionali sostenendo le proprie domande interne e cercando di perseguire il pieno impiego.

La crisi in cui il sistema capitalista era entrato finito il boom produttivo aveva rimesso in discussione questo modello rinvigorendo l’ideologia liberale. Prima negli USA, poi negli altri stati centrali si cominciavano a smantellare i vari sistemi di welfare.

Il filosofo francese comincia dall’attribuzione delle cause che avevano generato questa crisi. Cercando i motivi della perdita di competitività delle economie avanzate secondo la visione neoliberale cita la «Revue francaise des affaires sociales»:

A causa della previdenza sociale il lavoro diventa più costoso, […] dunque [genera] un aumento della disoccupazione. [Ed inoltre genera] un effetto sulla concorrenza internazionale.

Per poi passare ad analizzare le possibili soluzioni:

Le modalità del suo funzionamento non dovrebbero costituire, alterando la legge del mercato, un elemento della politica economica. La previdenza sociale deve restare economicamente neutra.

Il dilemma tra i liberali di quegli anni verteva sul modo in cui si sarebbe potuto sganciare il sociale dall’economico e far ripartire cosi la crescita. Una soluzione arrivò dai teorici americani: l’imposta negativa. Foucault ne spiega così il motivo:

una prestazione sociale, per essere socialmente efficace e per non avere conseguenze che perturbano l’economia, non deve mai, nella misura del possibile, presentarsi sotto forma di consumo collettivo. […] Dunque se vogliamo avere una protezione sociale efficace senza un’incidenza economica negativa, occorre semplicemente sostituire a tutti i finanziamenti globali, a tutti i sussidi più o meno di categoria, un sussidio che dovrebbe essere monetario e che dovrebbe assicurare risorse supplementari esclusivamente a coloro che, in via definitiva o provvisoria, non arrivano ad una soglia sufficiente. […] al di sotto di un certo livello di reddito, verrà versato un contributo complementare, a condizione però di abbandonare l’idea che la società nel suo insieme abbia l’obbligo di fornire a ciascuno dei suoi membri servizi come la sanità o l’educazione.

Entrando più nel pratico, per le economie avanzate, si poneva il problema di come ricreare un esercito di riserva di lavoratori che potesse sostituire quello tradizionale dei contadini. Il reddito minimo garantito sembra aver risolto anche quest’ultimo problema, basta infatti che

le persone non considerino questo contributo supplementare come una sorta di sistema di vita che eviterebbe loro di cercare un lavoro e di rientrare nel gioco economico. Pertanto, tutta una serie di modulazioni, di gradazioni, dovrà far si che attraverso l’imposta negativa l’individuo si veda assicurata una certa soglia di consumo, ma abbia anche motivazioni sufficienti, o se preferite sufficienti frustrazioni, per avere ancora voglia di lavorare e per ritenere comunque preferibile lavorare anziché ricevere un sussidio.

Il reddito minimo garantito, quindi, serve in una società di imprenditori, ognuno con il proprio capitale umano ed economico, sia per salvaguardare i “giocatori” evitando cosi che qualcuno venga escluso dal gioco, sia per creare una fascia di lavoratori frustrati pronti a qualsiasi chiamata, cercando di alterare il meno possibile il medesimo gioco capitalista. È anche forse peggio il reddito di cittadinanza, che aggiungendo i non bisognosi alla lista dei riceventi, non fa che privare di utili risorse un eventuale sussidio minimo garantito per la fascia più povera.

L’imposta negativa, continuando con l’analisi di Foucault, in primo luogo

non cerca in alcun modo di essere un’azione che avrebbe l’obiettivo di modificare le varie cause della povertà. L’imposta negativa non agisce mai al livello dei fattori che producono la povertà, bensì semplicemente al livello dei suoi effetti.

In secondo luogo:

è un modo per evitare assolutamente tutto ciò che, nella politica sociale, potrebbe avere effetti di redistribuzione generale dei redditi, vale a dire, grosso modo, tutto ciò che potremmo collocare sotto il segno della politica socialista. […] se per politica socialista si intende una politica nella quale si cercherà di attenuare gli effetti di povertà relativa dovuta ad uno scarto dei redditi tra i più ricchi ed i più poveri, è assolutamente evidente che la politica implicata dall’imposta negativa è l’esatto contrario di una politica socialista.

Con la fine del neoliberismo è forse arrivato il momento di mettere una pietra sopra alla rivendicazione del reddito, ovvero a forme neoliberali di ammortizzatori sociali, che tutto sommato finiscono per legittimare meccanismi come la precarietà e la disoccupazione non cercando di risolverne le cause ma al massimo attenuandone gli effetti.

La crisi sistemica ha ancora bisogno della distruzione di tutto il valore fittizio creato dalla speculazione neoliberista e di riagganciare l’offerta reale ad una domanda ormai inesistente. Questo vorrà dire che molte imprese dovranno fallire e molte banche dovranno essere nazionalizzate. Come potrà avere una funzione liberatrice il reddito senza occupazione e con lavori non conformi alle nostre competenze? E con 500\600 euro al mese potremmo vivere o sopravvivere? I potenti ci hanno distrutto la possibilità di un futuro degno, ci umiliano, ci sfruttano, proprio quando il tavolo trema ed il castello di carte cade non possiamo limitarci a chiedere la loro carità. Dobbiamo riconquistare il nostro diritto a sognare.

La costruzione di un altro mondo possibile è indubbiamente la sfida maggiore che la crisi ci obbliga ad affrontare. È indispensabile scegliere da subito una strada che ci possa condurre al di la del capitalismo, bisogna essere lucidi, con il crollo del potere finanziario nuovi potenti pretenderanno di guidarci verso vie rivoluzionarie che poi, quando sarà ormai troppo tardi, si riveleranno conservatrici.

La battaglia per il pieno impiego sembra essere una di queste buone strade che ci possono permettere effettivamente di conciliare le rivendicazioni della classe degli sfruttati nel suo complesso, senza il rischio di cadere in una guerra corporativa tra poveri, gettando anche le basi pratiche per l’organizzazione del mondo di poi.

Se riuscissimo ad ottenere di lavorare tutti vorrà dire che saremmo riusciti, con organizzazione, coscienza ed unità, ad imporre di lavorare tutti di meno. Non è forse un primo passo nella giusta direzione?


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