L’EMPASSE SIRIANO

En el encuentro convocado en San Cristóbal de las Casas por el Ejército Zapatista de Liberación Nacional, la Universidad de la Tierra y la revista Contrahistorias para rendir homenaje al recientemente fallecido Andrés Aubry, participan el historiador

Traduzione di Resistenza Antisistema rivista ed approvata da Immanuel Wallerstein (testo originale 15\2\2012)

Bachar al-Assad è diventato uno degli uomini meno popolari al mondo. Viene descritto, praticamente da tutti, come un tiranno, anzi un tiranno sanguinario. Persino quei governi che rifiutano di denunciarlo sembrano consigliargli di limitare i suoi metodi repressivi e di fare alcune concessioni politiche ai suoi oppositori interni.

Quindi, come mai ignora tutti questi consigli e continua as usare la massima forza per mantenere il controllo politico della Siria? Come mai non c’è nessun intervento esterno per forzare la sua rimozione dall’incarico? Per rispondere a queste domande cominciamo con valutarne i punti di forza. Primo, dispone di un esercito ragionevolmente forte e, fino ad ora e salvo alcune eccezioni, l’esercito e le altre strutture di forza nello stato sono rimaste leali al regime. Secondo, sembra ancora guidare il sostegno di almeno metà della popolazione in ciò che viene sempre più descritta come una guerra civile.

I posti chiave del governo e il corpo degli ufficiali sono in mano agli Alawi, una branca dell’Islam Shiita. Gli Alawi sono una minoranza della popolazione e sicuramente temono cosa possa accadergli se le forze dell’opposizione, prevalentemente Sunnite, dovessero ottenere il potere. In aggiunta, le altre forze minoritarie significative (Cristiani, Druzi e Curdi) sembrano essere altrettanto diffidenti verso un governo Sunnita. Infine, la vasta borghesia commerciale deve ancora ribellarsi al regime di Assad e del Baath.

Ma è davvero sufficiente? Se fosse tutto qui dubito che Assad possa realmente resistere ancora a lungo. Il regime è schiacciato economicamente, Il Free Syrian Army dell’opposizione riceve armi dai Sunniti iracheni e probabilmente dal Qatare e i cori di denuncia da parte della stampa mondiale e dei politici di ogni bandiera crescono giorno dopo giorno.

Eppure non ritengo che vedremo, in un anno o due, Assad andare via o il regime cambiare radicamente. La ragione è che coloro che lo denunciano più apertamente non vogliono che se ne vada davvero. Osserviamoli uno ad uno.

Arabia Saudita: Il Ministro degli Esteri ha detto al New York Times che “la violenza deve essere fermata e non bisogna dare nessun’altra possibilità al governo siriano”. Questa affermazione sembra molto pesante  fino a che non si nota che aggiunse che “l’intervento internazionale doveva essere scartato”. Il fatto è che l’Arabia Saudita vuole il merito dell’opposizione ad Assad ma teme molto un governo subentrante. Sa che in una siria post-Assad (probabilmente abbastanza anarchica), Al-Qaeda potrebbe trovare una base e sanno anche che l’obiettivo numero uno di Al-Qaeda è il rovesciamento del regime saudita. Ergo, “nessun intervento internazionale”.

Israele: Si, gli israeliani continuano ad essere ossessionati dall’Iran e si, la Siria baathista continua ad essere una potenza filo-iraniana. Ma, nonostante tutto, la Siria è stato un vicino arabo relativamente tranquillo, un’isola di stabilità per gli israeliani. Si, i siriani aiutano Hezbollah ma anche loro sono stati relativamente calmi. Perchè Israele dovrebbe voler correre il rischio di una siria turbolenta post-Baathista? Chi eserciterebbe poi il potere e perchè non dovrebbe aumentare le proprie credenziali con l’espansone della Jihad contro Israele? La caduta di Assad non sconvolgerebbe forse la relativa calma e stabilità che sembra essere presente in Libano e non porterebbe quindi ad un ulteriore rafforzamento e rinnovato radicalismo di Hezbollah? Israele ha molto da perdere e poco o niente da guadagnare se Assad dovesse cadere.

Stati Uniti: Il governo americano parla tanto, ma avete visto quanto sia cauto in realtà? Il Washington Post ha intitolato così un articolo l’11 Febbraio: “Mentre cresce la carneficina, gli Stati Uniti non vedono ‘opzioni possibili per la Siria.”. Secondo l’articolo, il governo americano “non ha appetito per un intervento militare”. Nessun appetito, nonostante gli intellettuali neoconservatori come Charles Krauthammer che è onesto abbastanza da ammettere che “non si tratta soltanto di libertà”. Si tratta in realtà, dice, di rovesciare il regime in Iran.

Non è forse proprio questo il motivo per cui Obama e i suoi consiglieri non vedono opzioni possibili? Hanno avuto pressioni per intervenire nell’operazione libica, non hanno perso molte vite, ma hanno davvero ottenuto vantaggi geopolitici in cambio? Il nuovo regime libico, se possiamo dire che esista un nuovo regime libico, è davvero meglio? Oppure questo è l’inizio di una lunga instabilità interna, come si è dimostrato per l’Iraq?

Quindi, quando la Russia pose il veto alla risoluzione delle Nazioni Unite verso la Siria, posso immaginare un sospiro di sollievo a Washington: la pressione per alzare la posta ed iniziare un intervento in stile Libia era stata rimossa. Obama era protetto dagli attacchi repubblicani sulla Siria proprio dal veto russo e Susan Rice, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, ha potuto addossare tutta la colpa sui russi. Sono stati “disgustosi” disse, così diplomaticamente.

Francia: Ancora nostalgico del ruolo dominante che avevano in Siria, il Ministro degli Esteri Alain Juppé urla e denuncia. E le truppe? Ma nemmeno per sogno! Ci sono le elezioni in arrivo, ed inviare delle truppe non sarebbe per nulla popolare, sopratutto visto che non sarà una passeggiata come fu in Libia.

Turchia: Nell’ultimo decennio ha migliorato incredibilmente le relazioni con il mondo arabo ed è decisamente scontenta di una guerra civile lungo le proprie frontiere. Vedrebbe di buon cuore una sorta di compromesso politico ma viene riferito che il Ministro degli Esteri Ahmet Dautoglu abbia garantito che “la Turchia non sta fornendo armi o supporto ai disertori.”. La Turchia vuole essenzialmente essere amica di entrambi i lati. Inoltre ha la sua questione curda e la Siria potrebbe fornire supporto attivo, cosa che finora ha evitato di fare.

Quindi, chi è che vuole intervenire in Siria? Forse il Qatar. Però, per quanto ricco sia, non è una potenza militare. La linea di partenza è che, per quanto fragorosa sia la retorica e per quanto orribile sia la guerra civile, nessuno vuole davvero fino in fondo che Assad se ne vada. Quindi, con ogni probabilità, rimarrà.

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Questi commenti, pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo termine.]


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